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un popolo ignorante è più facile da governare

Crisi a confronto; ricette per uscirne

Molti opinionisti convergono sul fatto di volere equiparare l’attuale crisi ancora in essere, e quella della grande depressione degli anni 30. Sono in effetti, molti i fattori di analogia tra entrambi i periodi di recessione, e proprio ora si cercano di studiare le mosse che hanno portato i paesi fuori dalla Grande Depressione di allora fuori dalla recessione economica.

Come noto, anche la crisi del ’29 fu causata innanzitutto dal crollo della borsa di Wall street, che diede la spallata decisiva alla fragile economia americana; fragile perchè vi era una cattiva redistribuzione del reddito, con larghissime schiere di poveri e ristrettissime fasce di famiglie ricche, le banche non erano strutturate nel migliore dei modi così come le aziende, e vi era una scarsa considerazione della politica economica. Si voleva raggiungere a tutti i costi il pareggio di bilancio, tenendo quindi a freno l’intervento statale anche quando se ne sentiva il bisogno.

Al giorno d’oggi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il crack finanziario della Lehmann Brothers, vi è lo stesso un enorme forbice economica tra le classe più ricche e il resto della popolazione, fattore accentuatosi ancora di più con la globalizzazione, le aziende perseguono solo il profitto tralasciando spesso investimenti su risorse e attività produttive, e abbiamo ugualmente assistito al fallimento delle politiche nazionali, siano esse state liberali o democratiche, repubblicane o progressiste. L’intervento statale non è mai stato mirato, si è cercato unicamente di tenere basso il livello di disoccupazione assumendo spesso solo per venire incontro alle pressanti richieste; soprattutto in Italia è mancato l’investimento in infrastrutture, nella ricerca e sviluppo, in cultura e la totale assenza di una politica energetica. Tutto questo, si è visto in America, che ha la percentuale più alta di investimento in R%D e che è dotate di discrete infrastrutture,  ma la spesa militare(inaugurata da G.W. Bush) l’ha fatta da padrona e in un decennio ha azzerato tutto il surplus creato dalla new economy.

Sia allora che oggi, innumerevoli persone si ritrovarono senza lavoro, e con una conseguente caduta della domanda, le aziende hanno dovuto rivedere i loro piani, e magari licenziare ulteriore persone. Le famiglie italiane, prima della crisi del 2007, avevano speso oltre 700 miliardi tra ristoranti, alberghi, telefonate, beni in generale; stavano conducendo una vita da nababbi, e si sono ritrovati a dover stringere la cinghia. Poco meno di un secolo fà, fu il New Deal di Roosevelt, basato sulle teorie Keynesiane, a ridare fiato all’economia americana ed internazionale, grazie ad una serie di prestiti verso diverse nazioni, e un intervento statale mirato alla svalutazione del dollaro per favorire le esportazioni, massiccia realizzazione  di opere pubbliche di massima utilità(che non siano la Tav o il ponte sullo stretto), riorganizzazione del sistema bancario e riforma del sistema fiscale con una tassazione di natura progressiva.

Urge quindi, una pronta revisione di quei piani di rooseveltiana memoria, gli stessi che Obama ha solo dichiarato di riprendere, ovviamente modificati e aggiornati con il corso della storia, che riescano a praticare una redistribuzione del reddito e creare investimenti utili a favorire l’occupazione; più regole per banche, assicurazioni e mercati finanziari che hanno svolto la parte del leone(per non dire dello sciacallo) nello scacchiere della crisi, più tassazione sulle rendite da capitale e meno su quelle da lavoro; delle politiche industriali ed agricole che sappiano innovarsi e incentivare i propri lavoratori, non essendo unicamente rivolti con lo sguardo verso i paesi poveri, dove c’è un’abbondante manodopera a basso costo.

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20 agosto 2011 - Posted by | Economia | , , , , , , ,

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