ilpicchioparlante

un popolo ignorante è più facile da governare

Per un Pubblico che chiude, c’è un Manifesto che si (ri)alza

Il 2012 sta per concludersi, ed è dunque tempo di bilanci. Ma non un classico bilancio personalistico, bensì una sorta di riepilogo su quella che è la situazione in cui versa il giornalismo italiano. Scrivo queste righe proprio mentre è in corso l’assemblea dei redattori di Pubblico,

presscarioil quotidiano fondato da Luca Telese, emigrato dal Fatto Quotidiano, che ha brindato il suo esordio nelle edicole il 18 settembre e che è già, purtroppo, ai titoli di coda. Poco più di 3 mesi di attività, e già il “giornalicidio” di questa testata sembra ormai cosa fatta. Secondo i redattori di Pubblico, Telese e il socio Tessarolo, avrebbero agito con un tale leggerezza da renderli dei dilettanti. Diversi i punti contestatigli, e da lettore non posso che dare ragione ai giornalisti, ma anzi, aggiungendo e ricordando quanto molti (ed io con loro) sostenevano all’inizio: fondare e coltivare un giornale cartaceo, ai tempi in cui molti s’informano attraverso il web e molti altri investono sullo stesso mezzo, è quantomai rischioso, improbabile, ai limiti dell’impossibile.

Non brindo, sia chiaro, per aver visto prima quanto potesse succedere: quanto più largo è l’orizzonte dei quotidiani di informazione tanto più è ampio il concetto di libertà di stampa. La precarietà purtroppo, intacca anche i giornalisti stessi che si cimentano in queste battaglie: ma non i giornalisti che hanno lauti contratti, anche in TV, bensì coloro (la maggioranza del settore, manco a dirlo) che non hanno che strenue difese dei propri diritti.

Per un giornale che è prossimo alla chiusura, un altro, miracolosamente, sembra destinato a ripartire: è Il Manifesto, che sarà in edicola nei primi di Gennaio con una nuova cooperativa, nata ai fini di dicembre. “Una nuova avventura, tutta da scrivere” si legge sul sito dello storico quotidiano comunista, anche se ci sono i primi segni di poca trasparenza: non si conoscono le firme, non si conoscono piani e programmi, non è chiaro quale sarà la campagna di lancio e tanto altro ancora. Certo, c’è da essere ottimisti che una grande fetta di storia dell’informazione non chiuda i battenti, ma con questi presupposti il futuro non è dei migliori.

Aldilà delle chiusure o aperture di giornali di vecchia o nuova tradizione, ciò che sembra sfuggire è la convinzione nel volersi stringere sempre più con i lettori, renderli partecipi dei progetti e dei cambiamenti, non lasciandoli fare i meri spettatori. Una foto a mò di contentino non aiuta a renderli attivi; non rispondere ai commenti, alle lettere, e chiedere allo stesso tempo di essere comprati non è il massimo della coerenza, non aiuta a saldare quel legame necessario per il prosieguo del cammino. Che poi si parli di innovazione o voler continuare con la tradizione è altro discorso, da approfondire e studiare nei dettagli. Ma senza i lettori, non si può andare avanti: lo schianto contro il muro della realtà, in questo modo, è inevitabile.

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30 dicembre 2012 - Posted by | Attualità | , , , , , , , , ,

1 commento »

  1. Fondare un giornale senza finanziamenti pubblici è ardua impresa. Il fatto senza i titoloni iniziali e la verace campagna contro Berlusconi, opposta alla paracula del Giornale, non sarebbe campato. Pubblico da quando è nato è stato un giornale elitario, come il Manifesto, dedicato ad una cerchia piu stretta di lettori, attenti ai temi della sinistra, poco inclini al conformismo repubblicano. Che senza soldi, chissa quanto meno guadagnerebbe.

    Commento di kususe | 30 dicembre 2012 | Rispondi


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